Cooperative City in Quarantine #13: INCLUSIONE SOCIALE – IT

Il lockdown ha messo in luce l’entità delle disuguaglianze nelle nostre società, ma altrettanto il ruolo fondamentale svolto dalle comunità e dall’attività cooperativa nel raggiungere gli strati più fragili della società. Quali questioni stanno emergendo e quali sono le soluzioni più adeguate? Per ottenere davvero che nessuno resti in una condizione di esclusione nella nostra società, di che genere di supporto economico e di strutture di solidarietà abbiamo bisogno? Quali sono le maggiori difficoltà che si trovano ad affrontare i cittadini più vulnerabili, quali di queste si sono inasprite con la crisi seguita al COVID-19 e quali sono sopraggiunte con la crisi stessa?

 

 

Fra i nostri ospiti della puntata:

Hanno facilitato il dialogo Daniela Patti e Bahanur Nasya (Eutropian)

Adam Curtis – L’esclusione sociale è un fenomeno che si può riscontrare anche nei paesi più ricchi del mondo. Nella città di Oslo c’è un quartiere centrale e molto popolato, il Grønland, noto per avere fra i tassi più elevati di povertà e disoccupazione, nonché per l’assenza di spazi pubblici. In quest’area stiamo collaborando direttamente con un istituto scolastico superiore per risolvere queste problematiche, utilizzando il placemaking con la prospettiva di restituire potere alle giovani generazioni. Per avere un impatto significativo rispetto a qualunque tipo di problema servono approcci multifunzionali. L’arrivo dell’epidemia COVID-19 ha avuto un impatto negativo sul nostro Progetto: siamo riusciti a raggiungere meno persone rispetto a prima, abbiamo quindi rallentato il lavoro, ma il nostro team ha fatto leva sulle sue competenze digitali, così siamo riusciti comunque a portarlo avanti.

Rozina Spinnoy – In questo periodo si sono inoltre approfondite le difficoltà per molte persone con problemi di salute mentale. Bisogna mettere in connessione le attività di placemaking urbano con queste problematiche, e intraprendere iniziative creative che facilitino l’incontro fra persone neuro-diversamente dotate. Gli ambienti esterni devono essere concepiti “dal basso verso l’alto”, altrimenti gli spazi pubblici all’aperto e gli ambienti interni rimarranno, come sono adesso, progettati per escludere determinate categorie di persone. Abbiamo stretto rapporti con scuole e amministrazioni locali per capire in che modo si può cambiare questa situazione e ricostruire il tessuto urbano che ci circonda. In questo momento così difficile, stiamo anche cercando di offrire dei suggerimenti on line su come tutelare il più possibile la propria sicurezza, ma continuiamo anche a seguire tutte le problematiche antecedenti a questa situazione, come il divario digitale. Abbiamo davvero molto bisogno di discutere di inclusione, come società, e su molti piani differenti: non solo rispetto alle città e alla loro organizzazione, ma anche rispetto alle comunità.

La Rete CLLD di Lisbona (Community-Led Local Development) è un programma di governance finanziato dall’Unione Europea che vede in partnership oltre 150 ONG, imprese private e amministrazione locale. Quale è la situazione attualmente a Lisbona e come sta rispondendo la CLLD a questa crisi?

Rui Franco – L’economia urbana tende spesso a costruire o a confermare forme di ingiustizia e di povertà che vengono tramandate di generazione in generazione. Negli ultimi tre mesi tutti coloro che avevano condizioni di vita meno stabili e nessun risparmio da parte hanno sofferto tendenzialmente molto di più rispetto alla media degli altri cittadini. Un adolescente che nasce in una famiglia benestante, ad esempio, non avrà problemi di accesso all’e-learning, mentre i ragazzi più poveri faticheranno anche solo a partecipare alle lezioni se la loro connessione internet è scarsa; e/o a morire, se le famiglie più povere e con più figli non hanno la possibilità di fornire i dispositivi digitali a tutti i membri. Gli strati meno abbienti della società sono sottoposti così a meccanismi di esclusione sociale, che vengono perpetuati da questa situazione. Come facciamo da sempre, ci stiamo soffermando sull’individuazione delle cause dell’ineguaglianza, e come Comune di Lisbona, assieme ad altri stakeholders, stiamo lavorando affinché tutti possano avere una vita dignitosa e felice.

Nabolagshager è una PMI con sede a Oslo che opera nel settore dell’ecologia urbana, dell’economia circolare & delle green community, e si occupa di iniziativa locale e collaborazioni globali.

Nonostante il divario digitale (digital divide) esistono dei modi per coinvolgere le giovani generazioni nel processo di ripensamento e ricostruzione delle pratiche di inclusione e socializzazione?

Minouche Besters – Quando abbiamo iniziato a lavorare on line ci siamo resi conto che avevamo la grande opportunità di aumentare le attività con i ragazzi. Erano bloccati nei loro appartamenti e privati di colpo della loro vita sociale. Abbiamo quindi pensato a un ambiente Minecraft dedicato ai bambini della nostra zona. Si trattava di uno strumento completamente nuovo che restituiva ai bambini la loro voce. Mentre giocavano e organizzavano incontri on line, siamo rimasti in contatto con loro e hanno iniziato a dar vita alla rappresentazione virtuale del mondo in cui vorrebbero vivere. Siamo stati felici vedendo che quello che desiderano somiglia molto a quello per cui ci battiamo: spazio pubblico, accessibilità e opportunità educative e ricreative. Ci siamo resi conto che è proprio la mancanza di aree pubbliche e accessibili, realizzate in collaborazione con la cittadinanza, che crea esclusione sociale e rinforza gli stereotipi, influenzando negativamente ogni aspetto della vita.

Quali sono oggi le iniziative in corso per promuovere l’inclusione dei gruppi emarginati?

Rozina Spinnoy Credo sia importante partire sempre dal basso, per poi proseguire con la discussione e le proposte in partnership con i Comuni. Quanto a nuove politiche di inclusione “post-Covid”, non mi pare ci siano interventi significativi, purtroppo, da parte di governi e amministrazioni locali. Nei mesi scorsi, ad esempio, la problematica del divario digitale è emersa in modo lampante, ma solo grazie ad iniziative dal basso si è potuto fare qualcosa in questo senso, pur senza riuscire a risolvere del tutto la questione.

Giulia Maci – Guardando al Sud del mondo, in pochissimo tempo l’UE e altri benefattori hanno ridefinito la destinazione di molti fondi, allocandoli a favore dei gruppi più vulnerabili della società. Per chiarire quali fossero i bisogni più urgenti e le aspettative di lungo periodo, i feedback delle comunità locali sono stati essenziali. E in alcuni casi ci sono stati interventi a livello nazionale che hanno tutelato gli strati più vulnerabili (ad esempio la sospensione degli sfratti in Uganda). Fra le nostre iniziative di maggior successo di questo periodo sono state quelle relative all’individuazione di rifugi per i senzatetto e per le vittime di violenza domestica, e l’attivazione di nuove reti di distribuzione del cibo. Mi fa sentire davvero soddisfatta che in una situazione tanto pericolosa siamo riusciti a intervenire in modo rapido ed efficace: siamo stati in grado di formare alleanze e realizzare cose che in tempi “normali” avrebbero richiesto anni di lavoro. È arrivato il momento, ed è questo, di cambiare il modo in cui progettiamo le nostre città.

Minouche Besters – Consideriamo anche il fatto che, nel corso di una pandemia come quella che stiamo affrontando in questo momento, i gruppi svantaggiati non solo stanno soffrendo di più, ma possono anche rappresentare una minaccia sanitaria per il resto della società. Gli operai di una fabbrica in Olanda, ad esempio, hanno condizioni di vita molto peggiori rispetto alla media degli olandesi: finalmente ci si sta iniziando a rendere conto che il sovraffollamento nelle fabbriche o sui trasporti pubblici può davvero rappresentare una corsia preferenziale per l’epidemia. Se le condizioni di vita di queste persone non migliorano, le loro difficoltà possono mettere in pericolo la salute di tutto il paese, e quando il governo si renderà improvvisamente conto che si poteva intervenire sarà troppo tardi. La questione si poteva affrontare da tempo, è molto triste che lo si faccia solo ora, ma almeno abbiamo finalmente una via da seguire.

Rui Franco – Dieci anni fa a Lisbona abbiamo messo a punto una strategia politica, BIP / ZIP, che ha dimostrato come sia molto più efficiente investire risorse con iniziative dal basso piuttosto che agire direttamente dai livelli superiori. Il nostro ecosistema è molto più organizzato ed efficiente ora, e le comunità stanno facendo sentire la loro voce, influenzando le decisioni politiche e contribuendo a una migliore ripartizione dei fondi a beneficio di progetti di inclusione. Questa strategia ha avuto un tale successo che quest’anno stiamo pianificando di raddoppiare i fondi stanziati. La città di Lisbona dipende molto dal turismo, la ripresa economica sarà quindi molto lenta. Perciò intendiamo utilizzare le nostre risorse per definire nuovi modelli di sostenibilità che consentano di diversificare le fonti di reddito, così che i gruppi sociali più fragili non si ritrovino soli. Una crisi può essere vinta solo restituendo potere alle comunità locali, ai gruppi svantaggiati e alle ONG.

Largo Residências a Lisbona, un laboratorio comunitario che supporta l’inclusione culturale e sociale degli abitanti del quartiere in condizioni di precarietà di vita. Foto (cc) Eutropian

Cosa dobbiamo imparare da questa crisi, e come condividere questi nuovi saperi con studenti e giovani?

Adam Curtis – Noi lavoriamo principalmente con giovani appartenenti a minoranze sociali. Ci piace il termine “empowerment” e facciamo attenzione al modo in cui lo adoperiamo. Può essere facilmente inteso come la modalità adottata da un gruppo di trasferire potere ad un altro gruppo sociale attraverso la semplice allocazione di risorse e l’utilizzo di strumenti educativi. Questo approccio paternalistico è esattamente ciò che vogliamo evitare. Quello a cui pensiamo è invece un modo per far sì che il nostro accesso privilegiato a determinate risorse ci consenta di trasferirle direttamente ai gruppi target, loro stessi devono poter diventare gli agenti del cambiamento. Nella nostra attività c’è molta co-creazione: i giovani sono alla guida della maggior parte dei programmi e noi lavoriamo con loro. I ragazzi esplicitano i loro obiettivi rispetto alle attività che portano avanti e le intenzioni rispetto all’allocazione di questi fondi, cercano inoltre di coinvolgere altri giovani nella loro comunità, con risultati molto incoraggianti. Nel senso comune gruppi e minoranze prive di diritti civili spesso sono percepite come comunità incapaci di prendere parola per sé stesse, ma questo è falso.

Işın Önol – Nelle università degli Stati Uniti non è difficile assistere a situazioni di ingiustizia sociale, episodi di discriminazioni e disparità di accesso ai servizi. Nel corso della pandemia è diventato decisamente semplice constatare come gli studenti appartenenti alle minoranze siano stati colpiti dalla crisi molto più duramente rispetto alla popolazione di etnia bianca. Un fenomeno naturalmente, dovuto al fatto che fra questi gruppi – minoranze etniche, immigrati, gruppi diseredati e altre minoranze – esiste un tasso più elevato di povertà e di esclusione sociale, nonché peggiori condizioni di lavoro e maggiori difficoltà nell’accesso all’assistenza sanitaria. Gli studenti provenienti da strati sociali svantaggiati, ad esempio – ho potuto verificarlo personalmente –, non hanno potuto partecipare ai corsi on line, perché hanno dovuto cercarsi in tempi rapidi un impiego che consentisse loro di mantenere le famiglie. I membri di queste famiglie, infatti, si sono ammalati (o addirittura sono morti) senza poter accedere alle cure necessarie a causa delle loro possibilità limitate. Questa situazione è diventata così evidente che sono scoppiate proteste in tutto il paese. Tutti sono a favore delle iniziative di solidarietà territoriale, naturalmente, ma la realtà a livello statale è molta complessa e gli eventi recenti dimostrano chiaramente che il sistema attuale non funziona. In Turchia, al Nesin Art Village, stiamo facendo del nostro meglio per rendere l’istruzione accessibile a tutti, costruendo una comunità collaborativa: gli studenti che possono permettersi di pagare l’istruzione lo fanno e noi riutilizziamo parte dei proventi delle loro tasse per finanziare borse di studio per coloro che non possono permettersela. Fra l’altro, tutti i docenti coinvolti in questo progetto lo fanno su base volontaria.

Guarda l’intero episodio: