Cooperative City in Quarantine #12: CENTRI DI COMUNITA’ – IT

Fin dalla crisi economica del 2008, le città europee si sono trovate ad affrontare una vera e propria rivoluzione dei processi di sviluppo a guida comunitaria. I “citymakers” e i “Re:Kreators” – cittadini interessati e in possesso delle competenze necessarie per intervenire su determinati spazi – hanno colto le opportunità dell’ultimo periodo di crisi e sono intervenuti con interventi di riqualificazione su molti edifici e complessi precedentemente sfitti. Nel corso dell’ultimo decennio diverse amministrazioni cittadine hanno elaborato policies volte a facilitare l’accesso agli spazi vuoti per i gruppi comunitari, e a definire nuove modalità di gestione dei luoghi di comunità in condivisione “public-civic”. In altre città le iniziative di sviluppo urbano a guida comunitaria hanno fatto un salto di scala – grazie anche al sostegno e alla sempre maggiore diffusione di un’infrastruttura finanziaria eticamente orientata – e hanno definito nuovi modelli in grado di assicurare alle comunità l’utilizzo sul lungo periodo delle proprietà, grazie ad accordi di locazione dei terreni o di condivisione proprietaria. Il solido equilibrio fra costi e ricavi che rendeva sostenibili questi business models è stato brutalmente spazzato via dal lockdown, che ha travolto questi come altri modelli. Modelli economico economico-gestionali, peraltro, talvolta più fragili e incerti, fondandosi su parametri e logiche differenti da quelle tradizionali di mercato. Come possono sopravvivere questi spazi di comunità alla crisi seguita al Covid-19? Esistono specifiche politiche di supporto per questo periodo? E che tipo di sostegno finanziario e quali strutture di solidarietà sono necessarie per garantire la continuità dei “community-led projects”?

Venerdì 5 giugno Levente Polyák – Urbanista, Ricercatore e Policy Adviser di Eutropian – e Christian Grauvogel – Antropologo urbano e co-fondatore di Re:Kreators  – hanno moderato questo Panel dedicato agli spazi comunitari, che ha visto il contributo di citymakers, ricercatori, funzionari comunali eletti e fondazioni umanitarie.

In molti paesi europei le iniziative della cittadinanza sono state di grande supporto per le comunità territoriali, che si sono ritrovate ad affrontare difficoltà e problematiche finanziarie per le misure di austerità adottate dai governi, e la riduzione dei servizi pubblici. L’accesso a edifici o a complessi di edifici in precedenza abbandonati o sottoutilizzati a causa della recessione economica per molte di queste attività aveva rappresentato l’opportunità di organizzarsi intorno a questi spazi, divenuti in seguito importanti punti di riferimento per interi quartieri e città.

Con la fine della crisi economica e la ripresa del mercato immobiliare molte attività comunitarie sono finite sotto pressione economica dei locatori, e le realtà associative sono state costrette a lasciare i loro spazi. In alcuni contesti determinate iniziative hanno incontrato l’ostilità politica: se in alcune città determinati sistemi di cooperazione hanno consentito a queste di crescere, in altri contesti gli spazi comunitari hanno dovuto elaborare modelli propri di sviluppo per proseguire le attività e assicurarsi l’utilizzo della loro sede sul lungo periodo.

Un esempio significativo in questo senso è la Community House Gólya (Budapest), gestita da un gruppo di 15 persone con alle spalle una lunga esperienza di community organizing.

Gergő Birtalan – Gólya è stata inaugurata a Budapest nel 2013, in un quartiere che vedeva al suo interno un imponente processo di gentrificazione. Prima eravamo in affitto in uno spazio di proprietà privata e quando il proprietario ha deciso di vendere la struttura per lasciare il posto a degli uffici, ci siamo dovuti trasferire.

Gólya, Budapest – Foto (cc) Eutropian

Per dare seguito al nostro lavoro avevamo bisogno di stabilità, infrastrutture e spazio fisico. Abbiamo pensato che prima di andare avanti con qualunque altro progetto avremmo dovuto acquistare una proprietà, e assicurarci la possibilità di ampliarci. È stato faticoso, ci sono voluti diversi anni per reperire i fondi necessari e trovare gli investitori. Quando abbiamo individuato il posto adatto lo abbiamo ristrutturato noi, risparmiando soldi e acquisendo nuove competenze. Oggi la Gólya Community House – Kazán è la nostra nuova sede. Qui mettiamo a disposizione un workspace e servizi di asilo nido per i bambini, ma abbiamo in comune anche un’officina per le riparazioni, un bar e organizziamo concerti e altri eventi culturali. La Gólya Community House, infine, ospita una federazione di altre 8 ONG: la nostra capacità partecipativa come organizzazione è ulteriormente migliorata, siamo diventati più grandi e solidi. Fortunatamente, grazie alle nostre esperienze precedenti, siamo riusciti a gestire questa crisi meglio di altri.

OpenHeritage è un Progetto di ricerca che analizza i processi di sviluppo su iniziativa comunitaria, favorisce la diffusione delle nuove attività e il moltiplicarsi di luoghi di comunità accessibili e sostenibili sul lungo periodo. Questo progetto può aiutare a far luce sulle problematiche che gli spazi comunitari si trovano ad affrontare oggi, e a definire nuovi modelli efficaci di gestione?

Hanna SzemzőOpenHeritage identifica e testa le migliori pratiche di riutilizzo adattivo del patrimonio ambientale e culturale in Europa. Mettiamo al centro il riutilizzo adattivo, perciò non studiamo tutte le iniziative dal basso. Il nostro obiettivo è trovare un modello di gestione del patrimonio che consenta il riutilizzo e la manutenzione di questi luoghi in modo sostenibile, in sinergia con le comunità, con imprese locali e amministrazioni municipali. La maggior parte delle iniziative a guida comunitaria sono riuscite a sopravvivere soprattutto grazie a risorse di finanza alternativa e differenti metodi di sviluppo, che hanno svolto un ruolo fondamentale. Ma la crisi seguita al Covid-19 ha colpito tutti, e in questa occasione ci siamo ancora più convinti che serve il sostegno pubblico e il ruolo dei Comuni va definito in modo più chiaro. Nel corso degli ultimi mesi abbiamo verificato che le realtà più radicate nel loro territorio stanno superando più agevolmente la crisi, e chi in passato aveva costruito buoni rapporti con il Comune ora può contare su un supporto maggiore, non necessariamente economico.

La sostenibilità di molti spazi comunitari, che contribuiscono alle attività ricreative e culturali della città, è legata anche al turismo. Che ne sarà di loro, adesso che le città sono ancora deserte e la maggior parte dei locali notturni sono chiusi?

Katalin Gennburg – É il settore culturale in generale ad essere stato colpito molto duramente dalla crisi Covid-19. Un esempio eclatante e ben visibile in questo senso è la città di Berlino: qui la “club culture” dipende dal giro di visitatori e i locali devono pagare l’affitto, così sono rimasti senza prospettiva per l’immediato futuro. Le misure di assistenza sociale, messe in atto fin da subito, non sono però sufficienti alla sopravvivenza, né possono ritenersi una soluzione di lungo termine. I centri comunitari supportati dai Comuni – soprattutto quelli la cui sede sono locali di proprietà pubblica – sono naturalmente avvantaggiati in questa situazione, potendo contare sulle riduzioni dell’affitto. Ma teniamo conto che molti spazi di comunità hanno come sede spazi privati e che il settore culturale era in crisi già prima dell’epidemia di Covid-19. Il futuro ora è decisamente incerto. Quanto al turismo, mi sembra evidente che il settore non è affatto resiliente, come questa pandemia ha messo in luce, e bisogna ridefinire le modalità di lavoro dei milioni di persone che lavorano in questo ambito. Dobbiamo rivedere soprattutto il modello di gestione del turismo di massa così come è stato concepito fino ad oggi: i nostri centri urbani sono stati “comprati” e ora, nel mezzo del lockdown, sono diventati città fantasma.

Officine Zero, Roma. Immagine (cc) Eutropian

I Paesi Bassi sono spesso percepiti come un “paradiso” per la cittadinanza. Quali sono le iniziative messe in campo dai citymaker per affrontare la crisi e quali sono gli strumenti/sistemi di solidarietà grazie ai quali stanno riuscendo ad affrontare questo periodo?

Robbert de Vrieze – A Rotterdam sono diversi anni che investiamo sulla capacità di resilienza territoriale, perciò ci siamo ritrovati più preparati quando abbiamo dovuto affrontare la crisi. Quando sono state annunciate le misure di lockdown nel giro di un paio di giorni abbiamo messo su una lista di attivisti e volontari che hanno organizzato una serie di iniziative di sostegno al quartiere. Il Comune conosceva il valore del nostro lavoro, ci siamo guadagnati la loro fiducia, così in tempi brevi abbiamo ricevuto supporto e collaborazione. La principale problematica riguarda la zonizzazione e la pianificazione dell’uso del suolo, che ancora si fonda solo su ampliamenti residenziali e commerciali, lasciando troppo poco spazio a uno sviluppo su base comunitaria. Andrebbe fatta una cernita delle proprietà, e queste andrebbero sottratte alla speculazione e restituite come bene comune. Quando sono stato Consigliere comunale a Rotterdam, ho lavorato per semplificare i processi di zonizzazione a favore di spazi di comunità.

Hans Karssenberg – Per nostra esperienza possiamo dire che i centri di comunità favoriscono i processi di inclusione sociale nelle nostre città e le rendono più vivibili.  La maggior parte delle volte, inoltre, offrono servizi e opportunità culturali che altrimenti non ci sarebbero. Stadmakersfonds vuole elaborare una infrastruttura finanziaria innovativa, in grado di supportare le loro attività: per quelle realtà che intendono acquistare proprietà e/o terreni e utilizzarli per fornire servizi alla loro comunità mettiamo quindi a disposizione prestiti a basso tasso di interesse. Le realtà con cui siamo in contatto si sono dimostrate resilienti, elaborando un modello finanziario diversificato. É difficile prevedere cosa ci riservi il futuro, dato che siamo ancora ai primi stadi della crisi, ma pensiamo di essere sulla strada giusta per la creazione di una nuova infrastruttura finanziaria in grado di favorire lo sviluppo di attività community-led.

In che modo i Comuni possono essere di supporto?

Robbert de Vrieze – Un Comune che autorizza iniziative a guida comunitaria rapide e diversificate, su piccola scala e a basso costo, può produrre un cambiamento positivo. Questo, infatti, offre ai cittadini la possibilità di esprimersi in merito a questioni che riguardano la loro città e il loro quartiere. Le attività si moltiplicheranno, creeranno enorme valore culturale e andranno a rafforzare il senso di comunità – che funzionare anche come rete di sicurezza contro la povertà e l’esclusione sociale.

Hans Karssenberg – I Comuni dovrebbero anche comunicare e creare reti nazionali (ed europee) per consentire alle iniziative comunitarie di avere sempre a disposizione spazi idonei a prezzi adeguati.

Schieblock, Rotterdam. Immagine (cc) Eutropian

Katalin Gennburg – Abbiamo bisogno di attori politici che sostengano e rendano visibili queste iniziative, perciò un Comune deve scegliere cosa fare delle sue proprietà: si vuole favorire la speculazione o si intende investire sul valore umano e sociale?

I privati, come le fondazioni umanitarie, possono aiutare il settore culturale e soprattutto agli spazi comunitari, e come?

Matteo Bagnasco – La situazione può essere molto diversa da paese a paese. In Italia, ad esempio, è in corso un grande dibattito in merito al tipo di aiuto che il settore filantropico può offrire in questo momento storico. Personalmente, ritengo tre le aree di intervento prioritarie:

  1. Le fondazioni devono elaborare strumenti finanziari specifici per gli enti culturali, che ne riducano la dipendenza dalle sovvenzioni;
  2. Gli operatori culturali devono ripensare il loro modo di lavorare, perciò le fondazioni devono sostenere progetti e processi specifici di capacity building;
  3. Le fondazioni devono essere lungimiranti e non devono solo offrire sostegno a singoli progetti e sovvenzioni, ma impegnarsi a rendere continuativo il supporto agli enti con cui sono in contatto.

Come Fondazione supportiamo la cultura in diversi modi. All’inizio del lockdown ci siamo resi conto che la crisi stava colpendo il settore culturale da molti punti di vista. Gli spazi che prima della pandemia erano riusciti a gestire in autonomia le loro attività ora si trovano in maggiore difficoltà perché tutte le loro entrate dipendevano dalla comunità in cui operano e dal turismo. Quando il blocco finirà, torneranno ad avere il loro ruolo fondamentale: ma adesso, come possono riuscire a sopravvivere? E a quali condizioni potranno riaprire in futuro? Per questo abbiamo lanciato Rincontriamoci, un intervento straordinario a sostegno dei centri civico-culturali, per consentire loro di sopravvivere alla condizione di isolamento, in attesa di riprendere le consuete attività. Abbiamo ricevuto centinaia di domande e abbiamo supportato 147 centri comunitari in Piemonte. Così abbiamo anche ottenuto una visione di insieme della situazione e abbiamo svolto un’indagine sulle attività delle reti sociali del territorio, in modo da proporre nuove linee di intervento in futuro. Abbiamo anche scoperto nuovi stakeholder: infatti molti centri culturali che non avevano mai fatto prima richiesta di fondi stavolta lo hanno fatto, hanno necessità del nostro supporto. E noi sentiamo la responsabilità di fare qualcosa per loro.

Si è qui accennato alla possibilità di adottare strumenti di solidarietà non solo a livello cittadino, ma anche regionale, nazionale o sovranazionale. Quali dovrebbero essere gli interventi a livello europeo?

Hanna Szemző – Le attività che necesssitano maggiormente di supporto economico sono di solito quelle cittadine e quelle dei paesi “meno cooperativi” dell’Unione Europea. C’è uno squilibrio nel nostro continente, da questo punto di vista, dobbiamo lavorare a compensarlo e non possiamo riuscirci assolutamente senza il supporto dell’UE.

Hof Prädikow, Brandeburgo. Immagine (cc) Eutropian

Di cosa hanno bisogno i citymaker che operano sul campo?

Gergő Birtalan – Quando siamo stati colpiti dalla crisi, abbiamo dovuto individuare nuovi modi per sopravvivere, non avevamo alcuna rete di sicurezza. Abbiamo investito tutti i nostri sforzi e risparmi nella ristrutturazione della nostra nuova sede. Per nostra fortuna, mentre era in corso il rinnovo dello spazio, abbiamo anche iniziato a utilizzare le nostre competenze appena acquisite relative alla ristrutturazione, e abbiamo iniziato a dipingere e ristrutturare le case di altre persone. Quando è iniziato il lockdown il nostro quartiere ha organizzato un programma di assistenza alla comunità, e noi siamo messi a disposizione per aiutare a consegnare i pacchetti con gli aiuti necessari con le cargo bike fornite dal programma. In cambio, abbiamo iniziato a usare quelle cargo bike e abbiamo lanciato il nostro servizio di consegna. Per poterci mantenere abbiamo creato nuovi posti di lavoro da zero. Abbiamo imparato molto da questa situazione: investire in ciò che può essere utilizzato a livello territoriale e che non si svaluta se c’è una crisi. Infine: comunicare con le persone e coinvolgerle in quello che fai ti rafforza, da ogni punto di vista.

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