Cooperative City in Quarantine #7: Lavoro – IT

Alla crisi Covid-19 potrebbero seguire ad oggi oltre 200 milioni di disoccupati. Non tutte le persone, infatti, sono in condizione di poter lavorare da casa, e alcune categorie socialmente più svantaggiate – come riders, prostitute e lavoratori dei campi – sono oggi maggiormente a rischio di altri. É innegabile che ci troveremo ad affrontare un’enorme crisi occupazionale, molto più grande di quella del 2008-09. Solo nelle prossime settimane più di 35 milioni di persone rischiano di perdere il lavoro.

 

 

Abbiamo affrontato la questione con alcuni ospiti nel corso dell’incontro di “Cooperative City in Quarantine” condotto da Daniela Patti (Cooperative City) e Simone d’Antonio (Communication Manager della rete dei comuni italiani ANCI, ed esperto del programma URBACT):

  • Josef Zehetner – Project Manager presso l’Innovation in Politics Institute, fornitore di servizi a livello europeo per istituzioni politiche, un’associazione impegnata nello sviluppo e attuazione di innovazioni in campo politico – Vienna, Austria;
  • Elisa Sermarini – Rete dei Numeri Pari, associazione che sostiene iniziative della società civile incentrate sulla povertà e le ineguaglianze – Roma, Italia;
  • Jim Sims – esperto URBACT per BluAct City Network, iniziativa di rigenerazione urbana che supporta il miglioramento e il trasferimento di buon pratiche nel campo dell’innovazione e imprenditorialità “Blue Growth” – Londra, Regno Unito;
  • ChrisRichmond N’zi – Amministratore Delegato di Mygrants, piattaforma che supporta la formazione, lo sviluppo e il consolidamento di capacità dei migranti e dei nuovi residenti – Bologna, Italia;
  • Lucia Scopelliti – Consulente in innovazione urbana, sviluppo economico e commerciale per il Comune di Milano, Italia.

Dalla discussione, molto ricca, abbiamo tratto alcuni importanti spunti di riflessione:

  • i sindacati devono riappropriarsi del loro potere di advocacy e tornare a rappresentare la voce dei quei settori lavorativi che rischiano di essere lasciati indietro;
  • gli investimenti devono essere indirizzati a favore di quelle categorie di lavoratori/trici che rischiano di entrare in una condizione di povertà a seguito della crisi in corso;
  • l’imprenditoria sociale è un aspetto chiave funzionale a rafforzare i gruppi sociali più fragili, in grado di assicurare sviluppo di capacità e investimenti diretti
  • l’amministrazione comunale, in collaborazione con il livello nazionale di intervento, può fornire le basi necessarie a garantire visibilità e supporto per le comunità maggiormente disagiate a rischio povertà, perciò devono rimanere in contatto fra loro e l’Unione Europea può fare molto in questa direzione.

Come possiamo assicurarci che il lavoro sia realmente un’opportunità di coesione sociale e che nessuno venga lasciato indietro?

Josef Zehetner – L’Innovation in Politics Institute è costantemente alla ricerca di soluzioni, raccoglie esempi di buone pratiche negli ambiti della politica, del business, e della società civile provenienti da tutta l’Unione Europea. Attualmente stiamo cercando di analizzare i vari aspetti della vita sui cui il blocco dovuto al Covid-19 ha determinato un impatto. Abbiamo attualmente raccolto più di 300 progetti svolti in 15 paesi UE, con l’obiettivo di suscitare nuove idee grazie alla documentazione e al monitoraggio delle pratiche politiche che sono state messe in campo nel corso di questa crisi, e delle azioni che possono essere messe intraprese dalla società civile. Abbiamo sviluppato una serie di intuizioni a fatto una lista di azioni che i politici dovrebbero intraprendere per far fronte alla situazione attuale. Il nostro Istituto è stato avviato nel corso della crisi migratoria dl 2015, quando ci siamo resi conto del processo crescente di erosione dei diritti democratici e volevamo introdurre nuove prospettive. Proprio per dare spazio a proposte di soluzioni volte a favorire un cambiamento positivo, organizziamo l’Innovation in Politics Award, con l’auspicio che queste pratiche saranno in grado di rendere la società più inclusiva e resiliente.

Che tipo di impatto diretto il Covid-19 ha sulla vita e le condizioni di lavoro dei gruppi socialmente più vulnerabili? Quali sono oggi i rischi maggiori di questa situazione?

Elisa Sermarini – Prima che l’epidemia colpisse l’Italia 5 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta 9 milioni in condizioni di povertà relativa. Il tasso di abbandono scolastico era del 14% e il tasso di disoccupazione dell’11%. La povertà è triplicata negli ultimi 10 anni, così come i profitti dei pochi miliardari. La mafia, fiorente allora, non mostra segni di cattiva salute oggi, attirando, anzi persone che diversamente morirebbero di fame. Da dicembre le persone in condizione di povertà sono state stimate sui 18 milioni.

Images (c) Eutropian
Images (c) Eutropian

Quali tendenze stanno prendendo piede nel settore del business?

Jim Sims – Mi preoccupa che questa crisi stia travolgendo tutti, anche imprese di successo e competitive, sta disintegrando la società per come la conoscevamo. Ma ho notato anche il senso di coesione e di collaborazione che si sta sviluppando nella comunità locale. Nel Regno Unito i liberi professionisti cercano di supportarsi a vicenda attraverso Facebook. La necessità è la madre della creatività e l’innovazione ha bisogno di reti per svilupparsi. Le aziende che praticano la solidarietà godranno di migliori condizioni di salute, mentre quelle che stanno solo cercando di trarre profitto dalle crisi, sfruttando ancora di più i lavoratori e le lavoratrici, probabilmente si troveranno nei guai perché sempre più consumatori stanno diventando consapevoli.

Cosa si può fare e suggerire per favorire una coesione sociale duratura?

Josef Zehetner – Favorire lo smart working ovunque possibile. Più un’attività professionale è in grado di digitalizzarsi meglio ne uscirà da questa crisi. In Austria un’azienda ha incoraggiato il lavoro da casa, ha introdotto la settimana lavorativa di 4 giorni, ha garantito il salario al 100% e che i dipendenti non avrebbero ricevuto messaggi al di fuori dell’orario di lavoro e durante il fine settimana. La produttività è migliorata e naturalmente è aumentato il senso di benessere, anche perché sono riusciti ad affrontare l’epidemia. L’innovazione, quindi, è importante per ridefinire le condizioni di lavoro per il bene della comunità, e questa sarà a sua volta maggiormente collaborativa. Il divario digitale è un ostacolo alla coesione sociale: attualmente le assemblee di lavoratrici e lavoratori non hanno mezzi per entrare in contatto con quelli di loro che non possono riunirsi, e diventa più difficile tenere traccia delle condizioni lavorative di povertà o che espongono al pericolo. Perciò non dobbiamo mai dimenticare il ruolo dei consigli dei lavoratori/lavoratrici.

Protesta della Rete dei Numeri PARI, photo (c) Patrizia Cortelessa

Elisa Sermarini – L’epidemia di Covid-19 ha messo in luce il fallimento delle politiche sociali attuate negli anni passati. Ci siamo rivolti al governo perché bisogna mettere al centro dell’agenda politica i diritti fondamentali delle persone, senza dimenticare che queste necessitano di un reddito di base e di condizioni di lavoro dignitose. Il welfare non è lavoro. Vogliamo anche l’accesso agli alloggi e chiediamo il blocco degli affitti per chi non può permetterselo. Inoltre le persone in condizioni di povertà, senza fissa dimora, hanno difficoltà ad accedere ai servizi assistenziali, malgrado siano quelle che ne hanno più bisogno. Le cose devono cambiare. Dobbiamo costruire un nuovo sistema ed elaborare un piano pluriennale di intervento affinché si metta fine a queste situazioni di esclusione sociale.

In questo periodo la maggior parte degli uffici fisici sono chiusi. La digitalizzazione potrebbe aiutare le amministrazioni locali a fronteggiare molto meglio la crisi, rendendo i servizi maggiormente accessibili alla cittadinanza. Esistono esempi di comuni che hanno messo in campo buone pratiche di semplificazione della burocrazia?

Jim Sims – Molti comuni stanno digitalizzando la loro infrastruttura così da potere lavorare on line quanto più possibile, essere più facilmente raggiungibili, efficaci e anche garantire condizioni più sicure per la salute dei dipendenti. Un buon esempio in questo senso sono le 7 città partner del progetto “BluAct”, che hanno avviato questo processo di digitalizzazione già prima della pandemia, e che ora si trovano ad affrontare la crisi in condizioni migliori rispetto ad altri comuni che non sono ancora riusciti a passare al digitale.

BlueAct – Starting up the Blue Economy

Lucia Scopelliti – Il Comune di Milano sta sperimentando dal 2016 sempre più lo smart working. Prima della crisi 500 impiegati lavoravano da casa, oggi quel numero è salito a 6.000 unità su 14.000 dipendenti del comune. Naturalmente, lo smart working va di pari passo con la digitalizzazione dei servizi. Ad esempio a marzo l’82% del totale dei file dei cittadini è stato scaricato via web ed è accessibile agli utenti.

Un piano urbano può contribuire a garantire l’inclusione di tutti i lavoratori e le lavoratrici?

Lucia Scopelliti – Milano è stata colpita brutalmente dal virus rispetto al lavoro. Solo a livello comunale, le prime stime dei sindacati segnalano una perdita di circa 150.000 posti di lavoro entro la fine dell’anno. Il Comune è stato molto rapido nel promuovere un piano di riorganizzazione partecipativa delle iniziative, e il lavoro è una questione centrale. Sono state adottate infatti una serie di misure volte a favorire lo smart working e l’accesso ai servizi digitali per il pubblico. Ci siamo anche impegnati nella riorganizzazione degli orari, per facilitare le aziende nella sincronizzazione dei turni di lavoro, garantire al contempo che la produzione non si fermi e che i lavoratori e le lavoratrici possano utilizzare in sicurezza i trasporti pubblici. Il piano partecipativo attuale è ancora in fase di bozza e verrà commentato dai cittadini e dalle cittadine. La società civile sta rispondendo molto attivamente, inviando centinaia di commenti ogni giorno.

In che modo le start-up possono affrontare la crisi e qual è il supporto di cui hanno bisogno per essere più efficaci?

Chris Richmond N’zi – Per spianare la strada all’occupazione e alla prosperità economica servono le competenze. Gli individui con le competenze giuste possono aspirare a posizioni lavorative altamente qualificate e realizzare pienamente il loro potenziale di cittadini/e attivi/e. L’età avanzata e la condizione di migranti sono criteri che incidono negativamente rispetto alla possibilità di essere integrati nel mercato del lavoro, perché potrebbero implicare una carenza di competenze. É quindi necessario aumentare la partecipazione e la capacità di contribuire in modo produttivo al mercato del lavoro. Un processo simile dovrebbe coinvolgere tutti, comprese le persone che provengono da contesti svantaggiati, i migranti naturalmente in primis. Spesso sottostimiamo le competenze informali, ma la capacità di identificare e valorizzare queste abilità può aiutare nel supporto del talento e della continuità formativa dei lavoratori. I policymakers hanno bisogno, però, di dati affidabili su cui lavorare.

Mygrants è un’app basata sul “microlearning” e offre informazioni e supporto legale in merito ai diritti e ai doveri degli immigrati, e sul sistema di accoglienza. Offriamo inoltre formazione per certificare le competenze pregresse e favorirne l’acquisizione di nuove, affinché le persone possano migliorare le proprie condizioni di lavoro. Sostanzialmente, offriamo supporto nell’elaborazione di un CV dinamico, in grado di valorizzare l’esperienza personale di tirocinanti, che viene aggiornato ogni volta che un utente ha concluso il processo di formazione. Condividiamo i dati con le aziende,  semplificando loro la ricerca dei professionisti e supportando le comunità più fragili. Nel frattempo, stiamo cercando di comprendere le esigenze del mercato. Abbiamo creato un’altra piattaforma chiamata Pick me, una app attraverso la quale le imprese possono accedere a circa 90.000 profili di tirocinanti e possono seguirne l’aggiornamento della formazione, con l’obiettivo di assumerli. I governi, come anche le istituzioni pubbliche, devono essere consapevoli del valore dei dati e devono imparare a gestirli.

Bisogna rendersi conto che questa è solo la punta dell’iceberg. L’Italia ha bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori/trici nel settore agricolo e avrà anche bisogno di circa 40.000 nuovi immigrati all’anno fino al 2060 per mantenere il sistema sanitario e garantire la sicurezza sociale. Questo potrebbe essere il momento giusto per elaborare una nuova politica dell’Unione Europea sul ricollocamento lavorativo, fondato sulle competenze e sulle esigenze di mercato. Gli immigrati sono di grande utilità per le comunità che li ospitano, e possono essere parte del processo di inclusione lavorativa.

mygrants.it

Lucia Scopelliti – Diversi economisti chiedono di rafforzare i sistemi politici e fiscali dell’Unione Europea. In Italia ci sono differenze molto marcate a seconda degli ambiti lavorativi. Al momento qui non esistono misure ad hoc per le start-up innovative, ad esempio. Secondo un rapporto recente di Startup Genome, il 74% delle start-up ha dovuto licenziare dipendenti a tempo pieno, mentre il 40% delle start-up ha dovuto licenziare il 20% o più del proprio personale. Le policies più utili sarebbero quelle volte, attraverso sovvenzioni, a preservare la liquidità e ad incoraggiare l’occupazione mediante l’accesso agli strumenti di investimento. Bisognerà fornire soluzioni ad hoc per i settori più colpiti, come il turismo, la cultura e l’intrattenimento.

(Un partecipante commenta che la coesione sociale dipenderà dal tipo di lavoro che creeremo negli anni a venire).

I movimenti sociali dovrebbero connettersi con i datori di lavoro, tenendo d’occhio l’economia circolare e rigenerativa. Esistono casi positivi che adottano questo approccio?

Jim Sims – Non vedo molte relazioni fra movimenti sociali e datori di lavoro ancora. Temo che non siamo ancora a questo punto, purtroppo, perché dobbiamo ancora definire un sistema sociale che consenta questo tipo di cambiamento.

Josef Zehetner – La digitalizzazione è una spinta importante verso i processi di imprenditoria sociale. Ma sia la digitalizzazione che l’impresa sociale hanno bisogno di liquidità, e anche in tempi rapidi, mentre i governi sono lenti. Abbiamo bisogno di nuove policies dell’UE che possano accelerare i procedimenti burocratici.

Lucia Scopelliti – La città di Milano sta seguendo diversi progetti volti a implementare l’inclusione sociale. Uno di questi è l’iniziativa promossa dalla città di Seoul dell’International Forum on Transforming Cities for Decent Work. Attraverso l’analisi di buone pratiche abbiamo sviluppato, in collaborazione con i sindacati, nuove politiche per la creazione di un helpdesk per i ciclisti, per affrontare le questioni relative alle ingiuste clausole nei contratti di lavoro e alle condizioni di lavoro inique. Rispetto allo sviluppo sostenibile, la produzione digitale può svolgere un ruolo importante, e ad oggi può anche tornare utile per la gestione della crisi sanitaria – il progetto europeo REFLOW ci ha fornito le conoscenze necessarie a creare molti fab labs in collaborazione con diverse ONG, per fornire mascherine e altri strumenti di protezione utili a far fronte all’emergenza.

Chris Richmond N’zi – Abbiamo bisogno di più imprenditoria sociale. Dovremmo soffermarci sulle difficoltà che stanno affrontando le cittadine e i cittadini, prima di pensare a quali servizi offrire. Dobbiamo individuare i problemi che devono essere risolti, e solo dopo vedere cosa manca invece di creare servizi che già esistono o che dovrebbero essere migliorati. Bisognerebbe potenziare i Fablab, ma anche gli incubatori e gli acceleratori, perché possono ridefinire il concetto di imprenditoria sociale come creatore di innovazione e valori per un lavoro dignitoso.

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